Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese dal 19 ottobre al cinema


Il grande cinema che vuole rendere giustizia a chi ha subito una prevaricazione in nome degli ‘affari’: arriva nelle sale l’ultima fatica di Martin Scorsese “Killers of the Flower Moon” – uno dei film più attesi del festival di Cannes con i due premi Oscar Leonardo DiCaprio e Robert De Niro.
Siamo negli anni Venti, in Oklahoma, nel territorio degli Osage, una tribù di nativi che si è arricchita grazie alla fortuna di aver trovato giacimenti di petrolio nel loro territorio. Ma i bianchi, per brama di potere, non stanno a guardare, anzi, cercano con ogni mezzo di accaparrarsi quella miniera d’oro.
In questo contesto troviamo William Hale, un ricco benefattore che riesce a conquistarsi la fiducia degli Osage, e il nipote Ernest Burkhart, reduce dalla Prima guerra mondiale e in cerca di un po’ di fortuna e un posto nel mondo.
Completamente manipolato dallo zio, Ernest sposa la nativa indiana Mollie per accaparrarsi un pezzo di quella fortuna. Ma Hale ha un piano diabolico ben più ampio, che punta a eliminare i vari membri della famiglia della donna.
L’FBI indagherà sulle morti sospette in quell’area. Tre ore e mezza per raccontare una tragedia storica, Martin Scorsese conduce lentamente dentro la psicologia più meschina e disumana dell’essere umano, assetato di potere.
Il “burattinaio” Hale e la pedina Ernest sono due diabolici manipolatori accecati dal denaro che tessono una tela sempre più fitta, dentro cui rimangono intrappolate le loro vittime. Le donne vengono decimate una a una.
Mollie viene drogata dal marito e la sua condizione mentale e psichica subisce un progressivo declino, proprio come la sua popolazione che perde un pezzo dopo l’altro.
La sua famiglia viene sterminata e quella condizione dilaniante la spinge a Washington per assoldare un detective. Martin Scorsese ha spesso raccontato l’epopea di un’era e lo fa anche questa volta.
Killers Of The Flower Moon dura 3 e mezza e servono tutte a narrare come la storia del dominio dei bianchi sugli indigeni è andata in parallelo a quella del dominio degli uomini sulle donne, in un film che prende la visione di mondo del suo autore (non contano i singoli, contano le gang, le famiglie, i clan) e ha il passo del cinema classico, adulto e pieno di dramma, umorismo (si ride molto) oltre ad autentiche emozioni umane.
È cinema che non vediamo più in sala, di certo non con questi budget, e che forse solo Scorsese è rimasto a fare.
Nessuno come lui oggi è in grado di gestire così il ritmo controllato e costante, aiutato da una colonna sonora che non smette quasi mai, lieve e perennemente in battere, perché per almeno tre quarti il film è l’esecuzione di un lunghissimo piano.
C’è una fenomenale Lily Gladstone, donna indigena di serietà e statura non comuni, forza quieta che guarda tutto senza capire perfettamente, ma intuendo il crollo.
Non è facile emergere in questo film in cui Leonardo DiCaprio fa la scelta coraggiosa di lavorare su un personaggio senza qualità.
Molto mediocre, che non emerge mai. Fa di tutto per dare il meglio in questa medietà, mostrando (specialmente nel finale) grandissima complessità nell’animo, pedina degli eventi, pedina della storia e senza spina dorsale.
Emerge un De Niro al suo meglio, un personaggio titanico su cui riversa tutto quello che sa fare: la paura, l’austerità ma anche l’umorismo, la leggerezza, l’affabilità e il doppiogioco.









