Silvia Salvatori in “C’è ancora domani”

Silvia Salvatori in “C’è ancora domani”: «Oggi manca un’educazione al sentimento»

Silvia Salvatori in "C'è ancora domani"

Delia è la moglie di Ivano, la madre di tre figli. Moglie, madre. Questi sono i ruoli che la definiscono e questo le basta. Siamo nella seconda metà degli anni 40 e questa famiglia qualunque vive in una Roma divisa tra la spinta positiva della liberazione e le miserie della guerra da poco alle spalle.

Ivano è capo supremo e padrone della famiglia, lavora duro per portare i pochi soldi a casa e non perde occasione di sottolinearlo, a volte con toni sprezzanti, altre, direttamente con la cinghia. Ha rispetto solo per quella canaglia di suo padre, il Sor Ottorino, un vecchio livoroso e dispotico di cui Delia è a tutti gli effetti la badante.

L’unico sollievo di Delia è l’amica Marisa, con cui condivide momenti di leggerezza e qualche intima confidenza. È primavera e tutta la famiglia è in fermento per l’imminente fidanzamento dell’amata primogenita Marcella, che, dal canto suo, spera solo di sposarsi in fretta con un bravo ragazzo di ceto borghese, Giulio, e liberarsi finalmente di quella famiglia imbarazzante.

Anche Delia non chiede altro, accetta la vita che le è toccata e un buon matrimonio per la figlia è tutto ciò a cui aspiri. L’arrivo di una lettera misteriosa però, le accenderà il coraggio per rovesciare i piani prestabiliti e immaginare un futuro migliore, non solo per lei.

Scelto come titolo d’apertura della Festa del cinema di Roma, C’è ancora domani” è ambientato nella Roma del dopoguerra. Paola Cortellesi – qui anche nella veste da regista – interpreta Delia, una donna molto semplice con tre figli e un marito, Ivano, che è un violento e sfoga tutte le sue frustrazioni e la sua rabbia sulla moglie.

Si tratta il tema della violenza di genere, sempre molto attuale e si sottolinea quanto la mancanza di indipendenza economica sia legata a questo tipo di violenza. Tra gli interpreti, troviamo Silvia Salvatori nel ruolo di Sora Elvira. Di questo e di molto altro ne abbiamo parlato con lei.

 

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Silvia, partiamo dall’inizio. Cosa ti ha portato a dire sì a questo film?

Paola Cortellesi è sempre una garanzia; la conosco da diverso tempo e non è la prima volta che lavoriamo insieme.

Ho una grande stima per lei come collega e le voglio molto bene. La sceneggiatura era in uno stato di grazia, il messaggio era molto forte e aspettavo da tempo una sua regia.

 

Tu sei Sora Elvira. Come la descriveresti?

E’ una donna scontrosa, burbera, scorbutica e piuttosto antipatica. E’ stata graffiata dalla vita ed è piuttosto arrabbiata. Non sopporta l’ipocrisia che aleggia nella società e vuole ribellarsi. E’ una donna vera che denuncia ad alta voce, a differenza di molte.

 

Cosa la lega al personaggio di Delia?

Conduce la stessa vita e hanno diversi punti in comune, tuttavia il mio personaggio è invidioso perché vorrebbe avere ciò che ha lei. E’ arrabbiata con Delia perché quest’ultima inizialmente non reagisce.

 

Essere donna negli anni quaranta cosa significava secondo te?

L’emancipazione era piuttosto lontana. Le donne hanno subito tanto senza avere la possibilità di ribellarsi perché non avevano gli strumenti. Si limitavano ad accettare quanto veniva loro imposto.

 

E oggi?

Oggi si fa molta confusione tra femminismo e mancanza di femminilità, sono ben distinti. La mia generazione ha dimenticato quanto sia complesso essere genitori e quanto sia essere  figli: gli uni non sono amici degli altri, bensì i primi dovrebbero educare i secondi.

 

C’è qualcosa che hanno in comune le donne di quegli anni e quelle dei tempi nostri?

L’essere donne, aver la consapevolezza delle proprie forze, il senso di responsabilità, l’istinto di accudire l’altro e l’essere più determinate rispetto agli uomini. Ora stiamo rivendicando i nostri diritti, un tempo non era possibile.

 

Quello che vediamo al cinema è un film forte, un vero dramedy lo potremmo definire. Questa definizione è giusta per te?

Si si. E’ una vera e propria commedia amara, un film rock che tratta di tematiche molto delicate ma le racconta attraverso la leggerezza.

 

Una delle tematiche più importanti legate al film è la violenza di genere. In che modo?

Raccontiamo la violenza fisica quotidiana, quella dei ceffoni, ma anche quella psicologica in cui le donne vengono trattate come nullità, potendo essere solo mogli e madri. Raccontiamo le donne, definite dai più, invisibili.

 

Oggi dire No è sufficiente?

Assolutamente no, altrimenti non si verificherebbero tutti i casi di femminicidio che avvengono ogni giorno. Possiamo prevenire. Manca un’educazione al sentimento in famiglia, nella scuola e nella società in generale.

 

Tu hai da sempre respirato cinema (tuo padre era un montatore degli anni ’70). Cosa rappresenta per te il grande schermo?

E’ famiglia. E’ un gioco con regole piuttosto serie con una forte responsabilità nei confronti del pubblico. E’ il mettersi nei panni dell’altro. Il mio primo amore rimane il teatro.

 

Cosa significa essere attrice?

Mettersi nelle vesti dell’altro con  intelligenza e responsabilità, senza dare giudizi.

 

Dal titolo “C’è ancora domani” emerge una speranza. Non dobbiamo mai smettere di sperare?

Mai. Il qui e ora sono fondamentali ma esiste anche il domani attraverso un attimo, una scintilla o un qualcosa di assolutamente vero per cambiare. Il domani deve esistere per tutti.

 

Nuovi progetti?

Dal 14 dicembre uscirà in sala “Adagio” di Stefano Sollima e “Circeo” di Andrea Molaioli per la Rai.